Business plan vincente: il commercialista spiega gli errori da evitare

Business plan vincente: il commercialista spiega gli errori da evitare

Scrivere un business plan solido non è semplice: serve la conoscenza del mercato, dei concorrenti e dei modi per differenziarsi, ma anche i dettagli di prezzi e volumi, dei tempi di incasso fatture e pagamento fornitori, nonché la capacità di valorizzare l’esperienza dell’imprenditore (o professionista) e dei suoi (eventuali) soci. Eppure, trovare il bandolo della matassa è indispensabile: se il progetto non convince le banche e/o gli investitori, diventa molto più difficile finanziare un’attività economica.

L’errore più tipico è confondere l’investimento con il costo… e viceversa: molti iniziano a farlo senza avere le giuste competenze”. Fabrizio Francescut, commercialista con studio a Saronno, riassume così una delle principali insidie per gli imprenditori alle prese con questo documento strategico. C’è il rischio, spiega l’esperto, di metter giù un “pastone onnicomprensivo”, quindi è necessario l’aiuto di chi conosce bene “la differenza tra conto economico e stato patrimoniale”.

 

Nuova impresa o azienda esistente

L’assenza di dati storici per creare proiezioni ragionate è il problema tipico dei business plan per nuove aziende. “Per le nuove attività, il business plan è sostanzialmente una sfera di cristallo – sottolinea Francescut – servono innanzi tutto ragionamenti logici per arrivare a numeri sensati. Non quello che vorrei, ma quello che presumibilmente sarà. Molti confondono le due cose”. Le difficoltà maggiori riguardano (spesso) il mondo dei servizi e la quantità di risorse umane richieste per l’attività.

 

Dal commercio ai servizi: criticità diverse

Complice l’oscurità di molte questioni fiscali, molti si chiedono: quali dati bisogna fornire al commercialista? “Non c’è un formato standard, come nel bilancio civilistico, quindi è difficile dirlo. A volte bastano modelli semplici, sovente nel commercio: ho i miei costi di acquisto e di vendita e dei costi generali. In quell’ambito, la situazione si complica solo quando si inizia a produrre su commessa”.

E nel mondo dei servizi, che riguarda milioni di professionisti e PMI italiane? “Bisogna capire bene ‘quanta’ struttura serve per produrre certi ricavi. Per un negozio, tra vendere un tot di magliette e venderne il doppio, cambia poco in termini strutturali”. Chi vende servizi affronta complessità differenti: “Ci si può permettere di assumere una persona in più solo con un aumento importante del fatturato. Se faccio il commercialista, ad esempio, creare un numero doppio di dichiarazioni fiscali porta via molto tempo in più”.
 


 

Business plan a quattro mani

In ciascun settore, certe valutazioni del rischio sono in mano agli imprenditori: “Se mi serve ‘sfondare’ in un breve periodo, il mio budget deve prevedere subito tre dipendenti anziché solo quello ‘ripagato’ dal primo fatturato”. Affrontare subito un maggior investimento? “Difficilmente il commercialista da solo può sapere se è la scelta giusta – spiega l’esperto – deve esserci un connubio, soprattutto quando si crea una startup”.

 

Costi della consulenza fiscale

Spesso non si riesce a far pagare a parte un business plan” racconta Francescut, “ovviamente se sono semplici e se rientrano in un accordo complessivo”. Se l’imprenditore è strutturato, di norma questa consulenza viene inclusa in un “compenso di avvio società”. La criticità, semmai, è nel rapporto tra il tempo investito in queste cose e la compliance fiscale: “Siamo tutti assorbiti dagli adempimenti, il tempo per l’azione strategica è compresso”.

 

Business in difficoltà: cosa fare

Cosa succede se il business plan da scrivere riguarda un’attività già in essere, che magari naviga in acque agitate e proprio per quello ha bisogno di ri-finanziarsi? Paradossalmente, una situazione del genere “può far riflettere meglio: ti rendi conto che stai pagando troppo, ti concentri su dove intervenire”.

E il contesto fa la sua parte, non sempre in positivo: “Gli imprenditori fanno molta fatica per evolversi, anche per colpa di un sistema che cambia più volte in pochi anni: con i nuovi ISA (gli indici sintetici di affidabilità, evoluzione degli ‘studi di settore’, ndr) siamo arrivati a spedire le dichiarazioni il 30 novembre, perché la gestione pubblica non era pronta. Come fai ad avere voglia di programmare?”.



 

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